Stuttgarter Ballett – Mahler X Drei Meister

Foto ©Roman Novitzky/Stuttgarter Ballett

Lo Stuttgarter Ballett dedica la sua più recente produzione a un trittico di coreografie ideate sulla musica di Gustav Mahler. Si tratta di lavori creati fra il 1965 e il 1973, dal carattere audace e innovativo che anche dopo cinquant’ anni non ha perduto nulla della sua carica emozionale. Il primo pezzo della serata era Das Lied von der Erde, coreografato originariamente da Kenneth MacMillan per il London Royal Ballett ma rifiutato dalla direzione artistica perché definito not for dancing. La prima esecuzione assoluta si tenne quindi a Stuttgart il 7 dicembre 1965, con Marcia Haydée (Die Frau), Ray Banna (Der Mann) ed Egon Madsen (Der Ewig) nei ruoli principali. Il successo fu entusiastico e da allora il lavoro è sempre rimasto nel repertorio dello Stuttgarter Ballett. MacMillan spiegò lo svolgimento dell’ azione con queste parole: “A man and a woman; death takes the man; they both return to her, and at the end of the ballet we find that in death there is the promise of renewal”.

Foto ©Roman Novitzky/Stuttgarter Ballett

Nella coreografia, la ragazza è una figura solitaria isolata dal resto del gruppo, il ragazzo è beatamente inconsapevole della sua condizione di mortale e Der Ewig (L’ Eterno) non è visto come una fugura diabolica ma piuttosto come un gentile compagno di tutto l’ ensemble. La purezza della gestualità, che i tre solisti e i sedici danzatori del gruppo realizzavano con una precisione assolutamente millimetrica, sullo sfondo di una scena costituita solo da luci e pannelli colorati, si adattava stupendamente a quella che è forse la più raffinata e intellettuale partitura di Mahler, in un connubio tra suoni e immagini assolutamente affascinante e coinvolgente. Henrik Erikson, il nuovo giovanissimo primo solista dello Stuttgarter Ballett, era perfetto nelle movenze espressive di Der Ewig così come Anna Osadcenko e Marti Paixà nei ruoli delle due figure umane.

Foto ©Roman Novitzky/Stuttgarter Ballett

Il pas de deux sulla musica dei Lieder eines fahrendes Gesellen fu coreografato da Maurice Béjart nel 1971 a Bruxelles per Rudolf Nureyev e Paolo Bortoluzzi e portato a Stuttgart cinque anni dopo per iniziativa di Marcia Haydée, che dopo la scomparsa di John Cranko aveva preso in mano la direzione artistica dell’ ensemble. Il coreografo francese lo realizzò come un duetto fra figure maschili, con una scelta abbastanza audace per un’ epoca che respingeva anche la sia pur minima allusione all’ omosessualità. Lo stile in questo caso meno virtuosistico di altri lavori di Béjart, come ad esempio il celebre Bolero, si adatta perfettamente all’ atmosfera struggente e malinconica evocata dalla musica di Mahler che poi ne utilizzò due melodie per il primo e il terzo movimento della sua Prima Sinfonia. Il linguaggio della danza esprime in maniera stupenda i sentimenti dei due ragazzi, all’ inizio timidi e riservati, poi appassionati, ma anche addolorati, autodistruttivi, l’ uno più chiaro e determinato, l’ altro esitante, timoroso e piuttosto riluttante, raffigurati in maniera commovente da guardare e ballati in modo impeccabile da Matteo Miccini e David Moore.

Foto ©Roman Novitzky/Stuttgarter Ballett

Chiudeva la serata la parziale ricostruzione di Spuren, l’ ultimo lavoro creato da John Cranko nel 1973 poco prima della sua morte inaspettata. Con grande intelligenza, Tamas Dietrich (attuale Intendant e direttore artistico dello Stuttgarter Ballett) ha scelto di far precedere l’ inizio del balletto dal video di un’ intervista con Cranko che spiega il carattere del pezzo. L’ azione racconta la storia di una giovane donna che torna a una vita normale dopo la guerra e si accompagna con un uomo. Trova quasi insopportabili la superficialità e l’ indifferenza della società, che non sa o non vuole sapere nulla degli orrori del passato, simboleggiata da cinque coppie che indossano semplici abiti vintage creati da Jürgen Rose. Le tracce di ciò a cui è sopravvissuta, i demoni e gli orrori delle sue esperienze, personificati da un uomo dalla testa rasata, tormentano la donna. Tutto questo è efficacemente simboleggiato dalla musica straziante e dissonante dell’ Adagio dalla Decima Sinfonia di Mahler.

Con una splendida invenzione, Cranko aggiunge ai danzatori un gruppo di comparse vestite con abiti simili a sacchi, che lasciano cadere nel momento culminante della musica di Mahler, sul famoso accordo di dodici suoni che rappresenta il vertice di questo crescendo dissonante di disperazione, sotto la luce accecante dei riflettori, con i numeri impressi sul retro che diventano visibili. Ma alla fine, sulle note luminose delle battute conclusive la speranza prevale mentre la coppia cammina lentamente insieme verso un quadrato di luce che si apre sul retropalco. Potente, espressivo e carico di tensione, Spuren costituisce l’ estrema testimonianza di uno tra i più grandi coreografi di tutta la storia della danza. Nella recita a cui ho assistito, le tre figure principali erano impersonate da Anna Osadcenko, Satchel Tanner e Jason Reilly, straordinariamente minaccioso e inquietante nel realizzare l’ incubo del passato che perseguita la donna. Un grande contributo alla qualità di questa magnifica serata veniva anche dal mezzosoprano Claudia Hucke, dal tenore Mihail Culpajevs e dal baritono Michael Wilmering che hanno cantato le parti vocali, oltre che dalla splendida prova della Staatsorchester Stuttgart diretta da Mikhail Agrest. Successo entusiastico per una serata che suscitava emozioni profonde, di quelle che poi ti fanno riflettere a lungo. Vale sempre la pena di andare a vedere una recita dello Stuttgarter Ballett!


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