
Foto ©swr.de
Il primo concerto del 2025 della SWR Symphonieorchester presentava diversi motivi di interesse, soprattutto per il programma estremamente raffinato e impaginato con intelligenza. Sul podio per questa serata era Jonathan Nott, sessantaduenne direttore inglese che per i suoi sedici anni di lavoro con i Bamberger Symphoniker si è guadagnato una posizione preminente tra le bacchette della nostra epoca, soprattutto per le sue interpretazioni mahleriane e che dal mese di gennaio 2017 ha preso possesso della carica di direttore musicale alla Orchestre de la Suisse Romande oltre ad essere dal 2014 Erster Dirigent und Künstlerischer Berater della Junge Deutsche Philharmonie e Music Director della Tokyo Symphony Orchestra. Il direttore britannico ha al suo attivo anche un’ intensa attività come interprete del repertorio contemporaneo con numerose prime esecuzioni assolute e un periodo di direzione stabile presso il celebre Ensemble Intercontemporain fondato da Pierre Boulez.
L’ altro motivo di attenzione per questo appuntamento era il ritorno a Stuttgart di Francesco Piemontesi, quarantunenne pianista ticinese originario di Locarno e residente a Berlino, che dopo il suo fulminante debutto nel 2026 anni fa qui a Stuttgart sotto la direzione di Andrea Marcon era stato subito reinvitato dal management della SWR per una splendida interpretazione del Concerto N° 3 in do minore op. 37 di Beethoven. In quelle due occasioni io espressi valutazioni ampiamente positive su questo giovane artista, che negli anni seguenti si è affermato a livello internazionale come interprete ragguardevole per maturità di concezione esecutiva soprattutto in relazione alla giovane età, proprietà stilistica e consapevolezza di fraseggio oltre che per una preparazione tecnica assolutamente di alto livello.
Il concerto iniziava con la Sinfonia N° 4 op. 60 di Karol Szymanowski, composta nel 1932 e dedicata ad Arthur Rubinstein che del compositore polacco era grande amico. Oltre al fascino delle linee melodiche, il pezzo si caratterizza per una costruzione armonica molto elaborata e raffinata, con un uso sagace di cromatismi e dissonanze che contribuiscono a rendere molto interessante la struttura armonica. La Sinfonia è in pratica una sorta di Concerto per pianoforte e orchestra e la parte pianistica, come tutte le opere per tastiera di Szymanowski che oltre a comporre era un virtuoso di fama internazionale, è ricca di passaggi assai impegnativi. Francesco Piemontesi l’ ha eseguita in maniera tecnicamente scioltissima e disinvolta, con fraseggi e sonorità di squisita ricercatezza, in perfetta sintonia con la direzione orchestrale ispiratissima di Jonathan Nott, che ha gestito con grande attenzione gli impasti timbrici e le linee melodiche di un brano che si è rivelato di grande fascino.
Concludeva la prima parte della serata la Sinfonietta op. 23 di Alexander von Zemlinsky, compositore e direttore d’ orchestra viennese i cui lavori, come quelli del suo grande amico Gustav Mahler, solo negli ultimi decenni hanno ottenuto l’ apprezzamento dovuto. Dal punto di vista stilistico, Zemlinsky non seguì fino in fondo le innovazioni introdotte dalla Seconda Scuola di Vienna della quale Arnold Schönberg, che fu suo allievo e divenne successivamente suo cognato, era stato uno dei fondatori. Il suo stile compositivo, che dagli influssi wagneriani presenti nella produzione giovanile si sviluppò successivamente fino a comprendere elementi della Neue Sachlichkeit, del neoclassicimo e anche spunti ritmici derivati dal jazz, è comunque incisivo e affascinante soprattutto per l’ abilità nel trattamento dei colori strumentali. La Sinfonietta fu composta nel 1934 ed è un brano dalla scrittura strumentale molto raffinata, uno tra gli ultimi scritti da Zemlinsky prima dell’ ascesa al potere del nazismo che tre anni dopo, in seguito all’ Anschluss, costrinse il compositore, che aveva ascendenze ebree, a lasciare l’ Austria per trasferirsi negli USA dove visse fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1942. Per un’ orchestra, naturalmente, una partitura come questa costituisce una splendida occasione per mettere in mostra tutto il meglio del suo splendore timbrico, che Jonathan Nott ha utilizzato per una lettura di taglio incisivo nel sottolineare le raffinatezze armoniche e le complicate strutture ritmiche della scrittura di Zemlinsky.
Nella seconda parte, Jonathan Nott e la SWR Symphonieorchester ci hanno fatto ascoltare una pregevolissima esecuzione della Sinfonia N°3 in re maggiore op. 29 Polnische di Tschaikowsky. Composta nel 1875, è l’ unica in tonalità maggiore tra le sette Sinfonie (includendo anche il Manfred) scritte dal compositore russo oltre ad essere anche l’ unica strutturata in cinque movimenti, con un tempo lento centrale affiancato da due Scherzi, uno schema simile a quello adottato da Mahler per la sua Decima Sinfonia. Come si può dire in generale delle prime tre Sinfonie scritte dal compositore russo, si tratta di una partitura che mostra in alcuni punti una certa immaturità di concezione complessiva ma possiede una carica melodica molto accattivante. Se si esclude una certa superficialità di insieme nel Finale, che comunque si riscatta per la conclusione con i ritmi di danze polacche, davvero trascinante, per me la Sinfonia contiene diverse pagine di grande pregio per il tono ispirato delle linee melodiche e l’ accuratezza delle concezione. Molto bella l’ interpretazione di Jonathan Nott, che ha conferito alla partitura un bello slancio d’ insieme e una tensione narrativa molto ben calibrata sino al tono trionfale della conclusione, perfettamente realizzata da una SWR Symphonieorchester in eccellenti condizioni di forma. Pubblico assai numeroso, cosa non scontata in partenza per un programma del genere, e successo vivissimo alla conclusione.
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