
Foto ©Mozart2006
Per il secondo appuntamento del ciclo Die Große Reihe gli Stuttgarter Philharmoniker hanno invitato Guy Braunstein, cinquantatreenne violinista israeliano considerato tra i migliori talenti delle ultime generazioni. Nato a Tel Aviv, Braunstein ha studiato nella sua città natale con Ipo Chaim Taub, membro del Tel Aviv String Quartet e per quasi vent’ anni Concertmaster della Israel Philharmonic Orchestra, che io ascoltai a Venezia nel 1983 eseguire, sostituendo senza preavviso Itzhak Perlman che si era improvvisamente ammalato, la difficilissima parte solistica del Concerto di Berg. Nel 2000, a soli ventinove anni, Guy Braunstein fu chiamato da Claudio Abbado a ricoprire il ruolo di Konzertmeister nei Berliner Philharmoniker. Con il grande direttore italiano, oltre ai rapporti professionali, il giovane violinista israeliano ha sviluppato una profonda amicizia personale che è durata fino alla morte di Abbado. Nelle gallerie fotografiche pubblicate sulla stampa italiana e internazionale, si può vedere Braunstein ritratto mentre, insieme ad altri, porta a spalla la bara del direttore durante i funerali tenutisi a Bologna. Siccome nei Berliner i violinisti che si alternano al leggio di Konzertmeister sono tre, Braunstein ha avuto il tempo per portare avanti un’ attività solistica che nel corso degli anni si è fatta sempre più intensa, fino a costringerlo a lasciare il posto fisso nell’ orchestra berlinese, alla fine della scorsa stagione, per concentrarsi a tempo pieno sulla sua carriera come solista. Nelle sue interviste, il musicista di Tel Aviv ha sempre sottolineato il ruolo importantissimo che il lavoro come Konzertmeister dei Berliner Philharmoniker ha avuto nello sviluppo della sua personalità musicale, affermando che resterá sempre legato al complesso berlinese come a una famiglia. Come solista, Braunstein si è esibito a livello internazionale con molte delle migliori orchestre e con altri musicisti di rango in serate cameristiche.
Per il suo ritorno alla Liederhalle dopo dieci anni dalla sua ultima esibizione da queste parti, il musicista israeliano ha scelto di proporsi nella doppia veste di solista e direttore. Nella prima parte il virtuoso di Tel Aviv ha eseguito il Terzo Concerto Brandeburghese e il Concerto in la minore di Bach, a cui seguiva Rosamunde, una fantasia per violino e orchestra da lui stesso ideata elaborando materiale tematico proveniente dalle musiche di scena scritte da Schubert per l’ omonimo dramma di Helmina y Chézys. In questi brani Guy Braunstein ha messo in mostra tutto il meglio della sua classe strumentale, suonando con un’ eleganza virtuosistica da solista di alto livello. Il violinista israeliano, che suona un raro strumento del 1679 costruito da Francesco Ruggeri, possiede un suono di grande bellezza e omogeneità timbrica, un senso del canto e del fraseggio da interprete di personalità spiccata e soprattutto quella che io considero una delle doti fondamentali per un violinista: la capacità di far cantare lo strumento. Lo si è potuto apprezzare particolarmente nel movimento centrale del Concerto bachiano, reso con un legato di altissima scuola e un senso della struttura melodica e del fraseggio davvero da grande interprete.
Nella seconda parte, Guy Braunstein ha diretto la Sinfonia N° 3 in la minore di Mendelssohn, da sempre famosa col nome di Schottische Sinfonie nonostante il compositore di Leipzig non abbia mai autorizzato questo titolo. Numerata come terza ma in realtà ultima partitura sinfonica completata dall’ autore nella sua stesura finale, la composizione fu ispirata, insieme all’ Ouverture Die Hebriden, da un viaggio in Scozia compiuto da Mendelssohn nel 1829. Braunstein ha trovato subito il tono giusto nell’ Andante con moto che introduce il primo movimento, con un’ ottima definizione del tema che forma il nucleo ricorrente di tutta la partitura e un tono misterioso, scuro e quasi di minaccia incombente. Nell’ Allegro un poco agitato si facevano apprezzare l’ eccellente dosaggio delle sonorità orchestrali e la chiarezza nell’ esposizione sino alla coda con il ritorno del tema iniziale. Con un contrasto reso in maniera assai efficace, gli eterei disegni dei violini che si alternano con il motivo popolare scozzese esposto dal clarinetto formavano un clima espressivo perfetto nel rendere quello che è uno dei tipici movimenti “magici” di Mendelssohn, espressivamente analogo al terzo tempo del Concerto per violino op. 64 e al Sommernachtstraum, nel clima di agitazione perpetua come nella scrittura sussurrata, trasparente, e nel delicatissimo intreccio delle voci strumentali. Molto buona la resa dell’ Adagio, probabilmente la pagina più bella di tutta la partitura, basato su una lunga, nostalgica melodia esposta dai violini e su un ritmo quasi di marcia funebre affidato ai legni e ai corni, poi all’ intera orchestra. Guy Braunstein, che dal punto di vosta tecnico si è dimostrato direttore affidabilissimo, lo ha eseguito con un gusto assai raffinato per le sonorità strumentali oltre a un perfetto senso del canto nella resa delle linee melodiche, prima di passare a una scattante esecuzione del conclusivo Allegro vivacissimo, davvero notevole per energia ritmica e forza espressiva. Gli Stuttgarter Philharmoniker lo hanno assecondato con una prestazione di ottimo livello dal punto di vista della precisione e dell’ omogeneità di suono. Successo assai vivo da parte di un pubblico assai numeroso.
Scopri di più da mozart2006
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
