Internationale Bachakademie Stuttgart 2024/25 – Messiah

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Foto ©Holger Schneider

La serata inaugurale degli Akademiekonzerte 2024/25 seguiva immediatamente i due prestigiosi riconoscimenti da poco ottenuti dalla Bachakademie Stuttgart, ovvero il Georg-Friedrich-Händel-Ring des Verbandes Deutscher KonzertChöre attribuito ad Hans-Cristoph Rademann e il premio Opus Klassik al primo doppio CD del progetto VISION.BACH, che documenterà l’ esecuzione integrale in 23 concerti, appena conclusasi,  di tutte le Kantaten composte da Bach nell’ anno liturgico 1723/ 1724, quando assunse la carica di Thomaskantor a Leipzig. Due successi di grandissima importanza, che rappresentano una conferma del ruolo di primo piano svolto dalla Bachakademie nel panorama musicale tedesco.

Per l’ apertura della sua undicesima stagione come direttore artistico del sodalizio, Hans-Christoph Rademann ha scelto di proporre per la terza volta il celebre Messiah di Händel, da lui già eseguito nel 2014 e nel 2018. Durante i suoi anni di lavoro alla Bachakademie il direttore sassone ha dedicato grande spazio nei suoi concerti agli oratori händeliani, eseguendone finora otto. Parlando a titolo personale, queste sono state preziose occasioni di approfondire la mia conoscenza di un repertorio che in Italia si ascolta purtroppo assai di rado e che invece il pubblico di queste parti ama molto, come testimonia la sempre folta presenza di pubblico a concerti di questo tipo. Per quanto riguarda il Messiah, si tratta di un capolavoro che io letteralmente adoro. Lo ascoltai per la prima volta quando avevo quattordici anni e ne rimasi letteralmente folgorato, tanto che tuttora lo considero uno tra i massimi esiti della storia della musica occidentale.

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Foto ©Holger Schneider

A partire dalla prima esecuzione nel 1742 a Dublino, l’ oratorio composto dal musicista di Halle su un testo di Charles Jennens basato su citazioni bibliche e del Common Book of Prayer for The Church of England ha conosciuto una diffusione pressochè universale ed è un pezzo di repertorio obbligato per i complessi corali di tutto il mondo. I complessi della Bachakademie lo hanno eseguito decine di volte sia nelle stagioni a Stuttgart che in tournée e quest’ ultima produzione sarà infatti al centro del loro prossimo tour concertistico in Sud America.

Quando si affronta un lavoro con una storia esecutiva imponente come quella del Messiah, la cosa più difficile è trovare una chiave di lettura che porti a scoprire nuove prospettive di interpretazione. Affrontando per la terza volta a Stuttgart l’ oratorio händeliano, Hans-Christoph Rademann in questo concerto ha ulteriormente perfezionato i caratteri generali della sua interpretazione che avevamo ascoltato nel 2014 e nel 2018, e in questa occasione ci ha fatto ascoltare una delle sue migliori prestazioni in assoluto da quando dirige i complessi della Bachakademie. Il direttore sassone ha ottenuto dagli strumentisti e dal coro della Gaechinger Cantorey sonorità raffinate e un fraseggio di impeccabile eleganza. La trasparenza del tessuto strumentale e la chiarezza assoluta dell’ articolazione nelle parti vocali facevano di questa esecuzione un modello di assoluto riferimento per penetrazione espressiva a consapevolezza stilistica.

Rademann, che per questo concerto ha scelto la versione originale della partitura eseguita per la prima volta il 13 aprile 1742 a Dublino, con la sezione fiati composta solo da due oboi, due fagotti e due trombe obbligate, affronta il capolavoro del compositore di Halle differenziando in modo molto marcato l’ atmosfera delle tre parti dell’ oratorio. Dopo un’ Ouverture molto serrata nei tempi, la prima parte era basata principalmente su sonorità leggere e luminose, con una grande trasparenza nei brani corali eseguiti dalla Gaechinger Cantorey con un suono morbido nell’ impasto e una grande chiarezza di articolazione della frase, perfetta fino ai minimi dettagli. Magnifico, in particolare, il celebre “For unto us a Child is born”, per il tono festoso e la preziosità sonora di certi passaggi. Molto bello anche il tono tenero e cullante con cui Rademann ha reso la melodia della Pastorale, seguita da un “Rejoice” molto ben cantato dal soprano argentino Veronica Cangemi, cantante dalla carriera internazionale di grande rilievo che possiede una voce di bel timbro chiaro, tecnicamente ben impostata e con una buona padronanza della coloratura. Nella seconda parte, il tono si faceva più drammatico, con fraseggi corali e strumentali basati su grandi contrasti di sonorità, ad esempio nei cori di apertura “Behold the Lamb of God” e “Surely, He hath borne”. Il progressivo accumularsi della tensione esecutiva creato da Rademann culminava anche questa volta in un “Hallelujah” attaccato con sonorità attutite e splendidamente sviluppato in un crescendo di sonorità fino a una conclusione imponente e grandiosa. I complessi della Gaechinger Cantorey hanno realizzato in maniera pressochè perfetta le intenzioni del direttore.

Eccellente è stata anche la prova degli altri solisti di canto. Il giovane mezzosoprano sassone Marie Henriette Reinhold, che ha iniziato a collaborare con molti complessi barocchi di fama ancor prima di concludere i suoi studi alla Musikhochschule di Lepzig, la sua città natale, è una cantante di cui abbiamo avuto modo di apprezzare la costante evoluzione artistica e anche in questa serata ha cantato molto bene soprattutto nella stupenda aria “O thou that tellest good tidings to Zion” della prima parte, con una voce di bel timbro e fraseggi di notevole maturità espressiva. Il tenore islandese Benedikt Kristjánsson, anche lui spesso presente nella stagioni della Bachakademie, anche questa volta ha impressionato per la luminosità di un timbro vocale davvero attraente e supportato da una buona impostazione tecnica che gli ha permesso di rendere molto bene sia l’ aria di apertura della prima parte, “Every valley shall be exalted” che la difficile “But Thou didst not leave” nella seconda. Il basso-baritono Tobias Berndt ha messo ancora una volta in mostra i pregi di uno strumento vocale notevole per colore e morbidezza, oltre che un fraseggio intenso e concentrato soprattutto nella celebre aria “The Trumpet shall sound” della terza parte. A coronamento della sua eccellente interpretazione del massimo capolavoro händeliano, Rademann ha siglato l’ esecuzione con il magnifico esito del coro “Worthy is the Lamb”, le cui complesse strutture contrappuntistiche sono state evidenziate con lucida precisione analitica e un vero e proprio lavoro di cesello sull’ articolazione della parola. Una bellissima conclusione per una lettura originale e carica di espressività, seguita dal pubblico della Liederhalle con attenzione concentrata e premiata alla fine da lunghi e intensi applausi.


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