Foto ©Enrico Nawrath
Da fervente appassionato wagneriano quale sono, il viaggio estivo a Bayreuth è per me da anni una consuetudine. Ascoltare le opere di Wagner nel teatro che il maestro ha concepito e fatto nascere con una volontà di ferro capace di superare ostacoli immani, provare l’ emozione di salire la Grüne Hügel vedendo la sagoma del Festspielhaus che si svela poco a poco in mezzo a un parco splendido e curato con una precisione davvero maniacale è sempre una sensazione che assale in modo intenso anche chi è già stato da queste parti e che, insieme alle fanfare con cui dalla terrazza viene annunciato l’ inizio di ogni atto della recita, predispone in maniera davvero unica all’ entrata nel teatro ideato dal Maestro come sede ideale per la rappresentazione dei suoi lavori. La relativa scomodità della sala è compensata abbondantemente dall’ acustica favolosa, davvero unica nel suo genere, che consente di percepire anche i minimi dettagli della strumentazione e aiuta moltissimo l’ espansione delle voci a motivo della fossa orchestrale profonda e coperta da una conchiglia. Ne risulta un impasto timbrico assolutamente unico nel suo genere e diverso da quello di qualunque altro teatro al mondo.
La mia prima serata al Festspielhaus era dedicata alla visione della Götterdämmerung, quarta parte del ciclo del Ring nella messinscena di Valentin Schwarz che quest’ anno viene riproposta per l’ ultima volta. Una produzione nata sicuramente sotto cattiva stella, in quanto le recite del 2020 e 2021 furono annullate a causa delle assurde restrizioni pandemiche e anche in seguito le infezioni da Covid hanno portato a notevoli modifiche nei cast. Anche se non posso dare un giudizio complessivo sulla messinscena avendo visto solo la serata conclusiva, la mia impressione alla fine della recita è stata quella di una regia, più che assurda, sbagliata nelle premesse.
Foto ©Enrico Nawrath
Copiare formule registiche che imperversano nei teatri d’ opera da quarant’anni è un esercizio noioso, proprio come osservare una Götterdämmerung così banale, squallida e offensiva, e Valentin Schwarz è l’ incarnazione di tutta questa sciatta prevedibilità. In un momento storico in cui il fantasy è diventato vivacissimo protagonista della vita culturale grazie a Tolkien, al Trono di Spade, a Stranger Things, a Dungeons & Dragons, i registi non sono ancora arrivati a capire che anche il Ring è effettivamente un fantasy, un grandioso fantasy, che meriterebbe di essere trattato come una saga cinematografica e televisiva, ripristinando finalmente, l’ epica, il senso eroico, la tragedia, senza tralasciare tutte le implicazioni politiche e sociali di cui il testo è profondamente imbevuto. Kupfer, Chéreau, Holten, la Fura dels Baus, Carsen ad esempio, partivano proprio dalla fiducia nel testo per creare l’ avanguardia epica, e i loro allestimenti hanno fatto la storia. Il Regietheater da quattro soldi come quello visto nell’ allestimento di cui stiamo parlando, è invece fermo alla stanzetta, alla boiserie, alla commedia borghese stantia e imbevuta di banalità freudian-lacanian-junghiane che fanno tanto cultura per gli ignari, alla “sacra” trimurti droga-stupro-alcolismo, allo sdoppiamento, al bla bla bla masturbatorio finto intellettuale, che smitizza, che ingrigisce, che banalizza, che imputridisce l’ inestimabile valore del messaggio filosofico e umano che Wagner con il Ring voleva trasmettere. Meritatissima quindi l’ unanime, furibonda contestazione che ha investito Schwarz ed il suo gruppo di lavoro alle uscite finali dopo la conclusione di questo inutile ciarpame brutto, antiestetico, pesante e prevedibile.
Foto ©Enrico Nawrath
A risollevare in parte l’ umore degli spettatori provvedeva fortunatamente una parte musicale complessivamente di buon livello. La sessantatreenne direttrice australiana Simone Young, una delle prime donne a calcare con regolarità i podi delle maggiori orchestre internazionali e che con questo Ring faceva il suo esordio sulla Grüne Hügel, ha guidato l’ esecuzione in maniera solida e sicura dimostrando di trovarsi perfettamente a suo agio con l’ insidiosa acustica del Festspielhaus che può creare seri problemi anche a musicisti esperti. Una direzione fluida, che sottolineava al meglio le caratteristiche musicali della terza giornata della Tetralogia, nella quale Wagner ricorre a elementi stilistici provenienti dal Grand Opéra come i terzetti e le grandi scene di massa. Ottima in particolare mi è parsa l’ esecuzione del secondo atto, con il passaggio perfettamente calcolato dall’ atmosfera livida e angosciosa della prima scena all’ esplosione selvaggia del coro e poi alla grande scena delle nozze con le esplosioni di rabbia di Brünnhilde, e anche la bellissima resa degli interludi sinfonici in cui la splendida orchestra del Festspielhaus ha veramente dato il massimo.
Per quanto riguarda i cantanti, sono rimasto piacevolmente sorpreso dal Siegfried di Klaus Florian Vogt che affrontando questa parte ha finalmente deciso di rinunciare a quegli sbiancamenti artificiali del timbro che di solito utilizza quando interpreta Lohengrin, Walther e Parsifal e ha cantato con la sua vera voce delineando un personaggio assai valido nella sua freschezza giovanile di fraseggio. Catherine Foster ha decisamente migliorato la sua Brännhilde dopo le infelici prove nella produzione di Frank Castorf ed è riuscita a dominare con sufficiente sicurezza, anche se con scarsa personalità interpretativa, la terribile scrittura che Wagner ha ideato per questa parte. Magnifico l’ imponente e minaccioso Hagen del quarantacinquenne basso finlandese Mika Kares, assoluto dominatore della scena in tutto il secondo atto. Decisamente piacevoli anche le voci di Michael Kupfer-Radecki e Gabriela Schere nei ruoli dei due fratelli Gunther e Gutrune. Piuttosto mediocri invece mi sono sembrati l’ Alberich di Olafur Sigudarson e la Waltraute di Christa Mayer. Buona la prova delle Norne e delle Rheintöchter, sicure anche dal punto di vista dell’ intonazione. Successo franco e convinto per tutti gli elementi della parte musicale, delle accoglienze all’ improvvido team registico ho già parlato più sopra. Domani parleremo del Tristan und Isolde, che ho visto il giorno successivo.
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