Oper Frankfurt – Tannhäuser

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Foto ©Barbara Aumüller

La nuova produzione del Tannhäuser in scena in questi giorni all’ Oper Frankfurt ha ottenuto un così grande successo di critica e di pubblico che la direzione del teatro ha dovuto aggiungere una recita in più alle sette previste dallo Spielplan, per fare fronte alla fortissima richiesta di biglietti. Spinto dalla curiosità, ho voluto anch’ io fare un viaggio sino al teatro della città assiana (un bell’ edificio moderno costruito ai primi degli anni Sessanta, con una sala comoda e acusticamente molto buona situata dietro un foyer chiuso al primo piano da una parete a vetri che costituisce la facciata) per verificare di persona la qualità di uno spettacolo su cui tutti i colleghi della stampa tedesca si sono espressi in termini entusiastici. Lodi unanimi ha ricevuto soprattutto la direzione orchestrale del trentunenne Thomas Guggeis, considerato il maggior talento emergente nella nuova generazione di bacchette qui in Germania, che da questa stagione ha assunto la carica di Generalmusikdirektor all’ Oper Frankfurt come successore di Sebastian Weigle: una responsabilità eccezionale e un fatto raro per un direttore di questa età, essere designato a ricoprire una posizione cosí rilevante nella vita musicale tedesca. Ho avuto la possibilità di ascoltare più volte Thomas Guggeis alla Staatsoper Stuttgart, dove dove per due anni è stato Erste Kapellmeister e ci ha fatto ascoltare pregevoli interpretazioni di titoli come La Bohème, Il barbiere di Siviglia, Madama Butterfly, Der Prinz von Homburg e Der Freischütz. Dopo questa serata, posso aggiungere che il ragazzo bavarese ha davvero i requisiti del direttore wagneriano di razza. Guggeis, che ha scelto l’ ultima versione del Tannhäuser, la cosiddetta Wiener Fassung pubblicata nel 2003 in edizione critica dalla Schott nella Wagner-Gesamtausgabe, ha realizzato un’ interpretazione dal passo teatrale avvincente, ricca di respiro melodico e splendidi colori orchestrali, minuziosa nella cura dei dettagli e di maturità musicale davvero straordinaria nell’ alternanza di passionalità romantica, epica grandiosità e tinte di allucinazione visionaria in un terzo atto condotto con mano veramente magistrale. In questa sua fulminante lettura il giovane maestro di Dachau è stato assecondato al meglio dalle sonorità opulente della Frankfurt Opern- und Museumsorchester e dallo splendido coro diretto da Tilman Michael, musicista di altissimo livello che, dopo aver portato a livelli di eccellenza i complessi vocali del teatro assiano, nella prossima stagione assumerà la guida del coro del Metropolitan a New York. In poche parole, quella di Thomas Guggeis è stata una magnifica prova da parte di un giovane che ha tutti i requisiti per diventare una delle bacchette di primo piano nel panorama musicale internazionale dei prossimi anni.

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Foto ©Barbara Aumüller

A completare l’ eccellente esito musicale della serata provvedeva una compagnia di canto nella quale si imponeva la presenza vocale del soprano svedese Christina Nilsson, una Elisabeth davvero notevole per la sicurezza delle note acute e il tono fervido del fraseggio che le ha permesso di realizzare al meglio il tono di accesa passione in Dich, teure Halle e il tono di angoscia disperata  della preghiera Allmächt’ge Jungfrau, hör mein Flehen! oltre che di svettare con grande sicurezza sulle altre voci nel concertato finale del secondo atto. Il Tannhäuser di Marco Jentzsch, al suo esordio all’ Oper Frankfurt, non ha forse il peso e la pasta vocale del tipico tenore wagneriano ma il suo strumento è dotato di sonorità ed espansione tali da metterlo in grado di superare senza problemi la densità del tessuto orchestrale che caratterizza la versione viennese dell’ opera. Anche il fraseggio è apparso abbastanza incisivo soprattutto nel grande monologo del terzo atto. Ottimo mi è sembrato anche il Wolfram del baritono sloveno Domen Križaj, per la commossa intensità di espressione soprattutto nella celebre aria O du, mein holder Abendstern, dove il cantante ha messo in mostra anche un legato di buona scuola. Una piacevole sorpresa è stata la Venus della giovane giapponese Yuro Tsuchiya, arrivata poche ore prima della recita per sostituire la titolare del ruolo improvvisamente ammalatasi, che con questa recita faceva il suo esordio sulle scene tedesche e ha impressionato il pubblico per la robustezza e sonorità di un mezzo vocale da vera cantante wagneriana. Di giusta imponenza e autorità era il Landgraf di Andreas Bauer Kanabas, nativo di Jena e cantante di carriera internazionale, la cui voce di basso è apparsa omogenea e di adeguata risonanza.

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Foto ©Barbara Aumüller

Sicuramente non banale, è la prima cosa che si può dire a proposito della messinscena di Matthew Wild, regista sudafricano anche lui per la prima volta ospite dell’ Oper Frankfurt, che ha optato per una radicale rilettura del testo alla maniera di quella, splendida, realizzata da Tobias Kratzer ai Bayreuther Festspiele che per me appartiene ai massimi esiti del teatro wagneriano degli ultimi decenni, tanto che questa estate tornerò a vederla per la terza volta. Mentre Kratzer racconta la storia di Tannhäuser come quella di un artista stanco della cultura ufficiale e in cerca della libertà di espressione, Matthew Wild mette in scena la degradazione di un rispettato scrittore e docente universitario di nome Heinrich von Ofterdingen, come il titolo di un romanzo di Novalis pubblicato postumo. Emigrato negli Stati Uniti dalla Germania nazista Ofterdingen dopo aver vinto il Premio Pulitzer si dedica a una vita di stravizi fra alcool, droghe e amori omosessuali procuratigli da una mezzana che nei suoi deliri psichedelici assume le sembianze della dea Venus. In cerca di riscatto il professore, convinto dai colleghi di un tempo a rientrare nell’ università cattolica dove insegnava, ritrova una sua vecchia allieva di nome Elisabeth che gli è rimasta fedele come il collega e amico Wolfram. Ma Heinrich durante un dibattito accademico sull’ amore platonico perde la testa e si mette a esaltare i piaceri del sesso concludendo il suo intervento con un bacio sulla bocca a un giovane studente. La cosa suscita un tremendo scandalo e lo scrittore è espulso dal consesso accademico e invitato a redimersi.

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Foto ©Barbara Aumüller

Mentre Elisabeth attende il suo ritorno Heinrich, disperato per non essere riuscito a superare i suoi traumi, riprende ad assumere alcool e stupefacenti e nei suoi incubi crede di vedere il fantasma di Venus che lo vuole di nuovo con sè. Rintracciato da Wolfram nella sua stanza d’ albergo, lo scrittore ha un ultimo accesso di delirio alla fine del quale muore invocando il nome di Elisabeth, che raccoglie e le sue carte e continua la sua opera divenendo lei stessa una personalità accademica, come ci informano i video con i titoli dei giornali che scorrono sulle note finali della musica come epilogo. Dovendo dare un giudizio d’ insieme, a me la regia non è sembrata incisiva come quella di Kratzer a Bayreuth ma il Konzept di Matthew Wild, nonostante possa essere discutibile sotto alcuni punti di vista, è messo in scena in maniera coerente e con un bel virtuosismo teatrale grazie a un’ implementazione scenica ricca di belle trovate come video psichedelici, chierici abbigliati di rosso vivo e un pandemonio di figure mitologiche (fauni, satiri e doppi dei personaggi principali) a raffigurare i pensieri vaneggianti del protagonista. Uno strano spettacolo, che in certi momenti affascina e in altri irrita, ma con una sua logica e uno stile senza dubbio innegabili. Il pubblico, che arriva da tutta la Germania per assistere a questo allestimento wagneriano che da due settimane è al centro dell’ attenzione del mondo teatrale, dimostra comunque di apprezzare in toto l’ operazione, come si può capire dagli applausi entusiastici alla fine delle recite. In definitiva, uno spettacolo che valeva il viaggio.


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