Staatsoper Stuttgart – Das Rheingold (ripresa)

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Foto ©Staatsoper Stuttgart/FB

La Staatsoper Stuttgart riprende in questi giorni la prima e l’ ultima parte del nuovo allestimento del Ring wagneriano, completato poco più di un anno fa. Per la riproposta di Das Rheingold è stato invitato Marek Janowski, ottantacinquenne direttore nato a Warschau e cresciuto a Wuppertal, uno tra i più apprezzati intepreti odierni delle opera di Wagner che ha registrato integralmente nel 2013 con la Rundfunk-Sinfonieorchester Berlin della quale è stato Chefdirigent per quattordici anni. Oltre che per questo, Janowski è noto ai discofili esperti anche per alcune altre splendide incisioni operistiche come quella dell’ Euryanthe di Weber con Jessye Norman e Nicolai Gedda e il ciclo del Ring wagneriano realizzato negli anni Ottanta con la Statskapelle Dresden e un cast davvero stellare. Io ricordo molto bene la splendida interpretazione del Tristan und Isolde realizzata dal direttore tedesco alla Fenice di Venezia una trentina di anni fa, che rimane ancora oggi nella mia memoria come una tra le migliori esecuzioni del capolavoro wagneriano da me ascoltate in teatro.

Il nuovo Ring della Staatsoper aveva ottenuto un grande successo di pubblico alle prime recite e anche per questa ripresa il teatro era quasi completamente esaurito. Del resto, le produzioni wagneriane della Staatsoper Stuttgart hanno sempre goduto di notevole rinomanza. Negli anni Sessanta, la Württembergiche Staatsoper era addirittura definita la Winterbayreuth per la qualità degli spettacoli e la presenza fissa nei cartelloni di artisti come Wieland Wagner e Wolfgang Windgassen, che hanno scritto pagine fondamentali nella storia interpretativa di Wagner, oltre che di direttori come Ferdinand Leitner e il giovane Carlos Kleiber, che qui a Stuttgart ottenne con il Tristan und Isolde uno dei suoi primi grandi successi a livello internazionale. Una tradizione wagneriana che ha radici antiche: va ricordato che Stuttgart fu la prima città tedesca ad allestire una propria messinscena del Ring dopo quella originale di Bayreuth e che i Bayreuther Festspiele hanno sempre potuto contare su una forte presenza di orchestrali e coristi provenienti dalla Staatsoper. Ancora oggi, questo teatro annovera tra il pubblico molti appassionati wagneriani, tanto che le esecuzioni delle opere del compositore di Leipzig sono sempre tra quelle per cui occorre prenotare i posti con molto anticipo. Per chi viene ad assistere a una rappresentazione wagneriana a Stuttgart, tutto questo si nota dalla concentrazione assoluta con la quale il pubblico della Staatsoper assiste all’ esecuzione e nell’ affinità stilistica istintiva con cui orchestra e coro eseguono una musica che per i musicisti rappresenta davvero una sorta di lingua madre.

Da un musicista di vasta esperienza wagneriana come Janowski era lecito attendersi un interpretazione di alto livello e infatti la sua direzione era ricca di senso del teatro e solidità d’ insieme, grazie anche alla splendida prestazione dei complessi della Staatsoper che hanno confermato anche in questa circostanza l’ alto livello esecutivo che li contraddistingue. Una menzione particolare agli ottoni dell’ orchestra, eccellenti per precisione, purezza di squillo e di intonazione nonchè bellezza di suono. A partire dal mi bemolle dei contrabbassi da cui prende avvio tutta la gigantesca costruzione della Tetralogia, la direzione metteva perfettamente in luce tutti i dettagli della partitura in un racconto teatrale serrato e intenso, fino ad arrivare alle sonorità grandiose della scena conclusiva. Quella di Marek Janowski è probabilmente una delle ultime interpretazioni che si collocano nel solco della grande scuola storica wagneriana, da preservare a futura memoria come esempio di una tradizione a cui per decenni si sono ispirati tutti i direttori wagneriani .

Purtroppo a una direzione orchestrale di alto livello non corrispondeva una parte scenica all’ altezza delle situazione. Avevo già scritto in occasione delle prime recite che la regia  di Stephan Kimmig mi era sembrata confusa nell’ impostazione oltre che nella condotta del racconto scenico e questa ripresa non mi ha fatto cambiare opinione. A parte l’ idea abbastanza bizzara di ambientare lo svolgimento della vicenda tra gli artisti di un circo, dal mio punto di vista ho avuto nuovamente la netta impressione che i distinti episodi non si componessero in una narrazione d’ insieme e alcune trovate, come quella di Erda che entrava guidando una bicicletta, apparivano del tutto gratuite e prive di senso. Posso pertanto confermare che a mio avviso l’esito complessivo della messinscena era decisamente insufficiente e mostrava una assoluta mancanza di comprensione delle problematiche poste dal testo.

Tra i nuovi elementi della compagnia di canto, Diana Haller ci ha fatto ascoltare con Fricka il suo primo personaggio wagneriano, risolto con un canto di alta scuola e notevole padronanza dello stile. Eccellente anche il Loge di Moritz Kallenberg, dal fraseggio ficcante e incisivo perfettamente adeguato a rendere la malignità venata di ipocrisia che è la principale caratteristica della parte. Buona anche la prova del baritono americano Michael Mayes, che ha tratteggiato un Alberich dai toni risentiti e aggressivi, molto efficaci soprattutto nella scena della maledizione. Bravi sia dal punto di vista scenico che da quello vocale anche Thomas Ciluffo (Mime) e David Kerber (Froh) e molto attraente per freschezza vocale e vivacità scenica il nuovo terzetto delle Figlie del Reno composto da Josefin Feiler (Woglinde), Lucia Tumminelli (Wellgunde) e Deborah Saffery (Floßhilde). Tra gli intepreti che avevano preso parte alle prime recite, il basso croato Goran Jurić ha ripetuto la sua interessante raffigurazione di Wotan, tratteggiato con un fraseggio di tono introverso e preoccupato dell’ immutabilità del destino. Adeguato per spessore vocale anche il Donner del baritono polacco Paweł Konik, dotato di uno strumento robusto e sonoro. Stine Marie Fischer nella parte di Erda ha potuto nuovamente mettere in mostra tutti i pregi di una bella voce scura e brunita da vero contralto, con un fraseggio dal tono più preoccupato che minaccioso. Molto buona anche la Freia del giovane soprano assiano Esther Dierkes per gli accenti appassionati della sua interpretazione. I due giganti Fasolt e Fafner erano interpretati da David Steffens e Adam Palka con voci perfettamente adeguate all’ imponenza e al tono minaccioso delle due parti. Alla fine, il pubblico ha applaudito a lungo tutti gli interpreti di uno spettacolo dal buon livello musicale.


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