
Foto ©Mozart2006
Víkingur Ólafsson è divenuto in pochi anni uno tra i musicisti più apprezzati delle ultime generazioni. Il trentanovenne pianista islandese ha da poco pubblicato il suo settimo album per la Deutsche Grammophon, con la quale ha un contratto in esclusiva, dopo che i precedenti CD registrati per l’ etichetta gialla hanno ottenuto un clamoroso successo di critica e di pubblico, con oltre 600 milioni di accessi sulle piattaforme streaming oltre a numerosi premi e riconoscimenti internazionali da parte della stampa specializzata. Sicuramente un simile successo è dovuto, oltre che all’ impeccabile preparazione tecnica comune a tutti i virtuosi delle ultime generazioni, a una personalità molto spiccata e originale che si riflette anche sulle scelte di repertorio di Ólafsson, decisamente molto interessanti per la loro inusualità. Dopo che nei suoi precedenti lavori discografici aveva presentato accostamenti che comprendevano anche autori come Rameau, Philip Glass e i compositori della sua terra, Ólafsson in questo suo ultimo lavoro discografico è ritornato a proporre Johann Sebastian Bach, il compositore che più di tutti gli ha fatto guadagnare fama internazionale con le sue interpretazioni, grazie alle quali si è meritato la definizione di Iceland’s Glenn Gould coniata per lui dal New York Times. L’ album appena uscito contiene le Goldberg Variationen, la monumentale opera che Bach incluse nella Clavierübung, uno tra i primi cicli del compositore di Eisenach ad essere pubblicato a stampa, come quarta parte. Contemporaneamente alla pubblicazione del disco, il virtuoso nordico ha intrapreso una tournée mondiale con lo stesso programma e noi abbiamo avuto modo di ascoltarlo alla Liederhalle per la stagione della società StuttgartKonzert.
Le trenta Variazioni incorniciate dal tema dell’ Aria che viene esposto all’ inizio e poi ritorna immutato a concludere il pezzo sono state rese popolari da Glenn Gould con le sue due incisioni, che da sempre costituiscono il termine di paragone obbligato con cui tutti coloro che si misurano con questo lavoro di enormi dimensioni devono confrontarsi. Nella sua interpretazione Víkingur Ólafsson evita saggiamente di imitare il suono quasi cembalistico e i dettagli eccentrici che solo l’ enorme personalità di Gould poteva giustificare, optando per un colore timbrico decisamente pianistico, chiaro e luminoso, con un uso parco e molto accorto del pedale. I tempi sono equilibrati e senza forzature, il taglio postromantico della lettura del pianista islandese si evidenzia soprattutto in un intelligente e molto elegante uso dei rubati, con un sovrano dominio di tutti i passi scabrosi realizzati con una tecnica impeccabilmente rifinita. Ma quello che mi ha colpito di più in questa esecuzione era la profondità intellettuale di un fraseggio meditato e calcolato sino ai minimi particolari senza però perdere nulla intermini di intensità e comunicativa. Era la lettura di un pianista che ha compreso e meditato la lezione di Glenn Gould e da essa ha costruito una sua idea intepretativa originale e di grande personalità, che evidenziava una profonda comprensione del testo e si traduceva in una resa sonora basata su tempi variegati, eleganza di fraseggio e acuto senso dell’ architettura musicale, senza la minima retorica o eccentricità. Con questa lettura di altissimo livello, Víkingur Ólafsson si candida autorevolmente al ruolo di migliori interprete bachiano del momento e i lunghi applausi del pubblico della Liederhalle hanno salutato giustamente l’ esibizione di un pianista destinato a far parlare a lungo di sè.
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