
Foto ©Staatsorchester Stuttgart/FB
Per il quinto appuntamento con la stagione sinfonica alla Liederhalle, la Staatsorchester Stuttgart ha invitato il sessantunenne direttore viareggino Nicola Luisotti, che qui alla Staatsoper, duramte la gestione di Klaus Zehelein, conobbe nei primi anni del nuovo secolo alcuni tra i primi successi di una carriera internazionale che poi si sviluppò ai massimi livelli, fino alle collaborazioni con orchestre di prestigio e incarichi stabili prima alla San Francisco Opera dal 2009 al 2018 e poi dal 2012 al 2014 al San Carlo di Napoli. Proseguendo il discorso sulle Sinfonie di Mahler avviato dalla Staatsorchester in queste ultime stagioni, in programma era la Sinfonia N° 6 in la minore, partitura complessa e di grandi dimensioni come quasi tutte quelle scritte dal compositore boemo, che impegnano a fondo l’ orchestra e il direttore. Per quanto mi riguarda, ho ascoltato e quasi sempre apprezzato le esecuzioni operistiche di Luisotti, ma finora non avevo molto approfondito le sue interpretazioni del repertorio sinfonico e quindi sono andato al concerto con grande curiosità. La Sesta Sinfonia del compositore boemo è una delle sue partiture più conosciute e che fin dal suo apparire ricevette apprezzamenti entusiastici come quello di Alban Berg, che ebbe a definirla “l’ unica Sesta, nonostante la Pastorale”. Un lavoro di grande complessità strutturale, come ebbe ad affermare il musicista stesso in una lettera scritta al suo biografo Richard Specht durante la composizione:
La mia Sesta proporrà enigmi la soluzione dei quali potrà essere tentata solo da una generazione che abbia fatto proprie e assimilato le mie prime cinque Sinfonie.
Sul carattere autobiografico della Sesta si è detto e scritto molto, a partire dal racconto a tinte forti della preparazione e della prima esecuzione (avvenuta ad Essen il 27 maggio 1906) tracciato da Alma Mahler nel suo volume autobiografico. I massimi studiosi mahleriani hanno poi ricondotto la questione nei suoi giusti termini e ricomposto un quadro forse meno fiorito e sensazionale ma certamente più credibile, giungendo però a conclusioni opposte riguardo alla valutazione del lavoro. Si tratta comunque di una partitura che pone grossi problemi dal punto di vista tecnico e per un’ orchestra costituisce una sfida ardua da superare senza intoppi. La Staatsorchester Stuttgart ha dato una magnifica prova di compattezza, precisione e virtuosismo mettendo in mostra una splendida qualità di suono e un virtuosismo ammirevole da parte di una sezione fiati dal timbro luminoso e di archi ammirevoli per omogeneità e precisione di cavata. Nicola Luisotti ha impostato l’ esecuzione con un approccio decisamente asciutto e antiretorico, evitando il rischio di esasperazione dei contrasti che costituisce spesso un problema per gli interpreti che si misurano con la Sesta di Mahler. Il primo movimento è apparso leggermente attenuato nella drammaticità a favore di una scrupolosa evidenziazione analitica della struttura, con le varie esposizioni delle sei note formanti il tema del destino scandite con la massima incisività e il celebre Tema di Alma esposto con una cantabilità essenziale. Il serrato, severo splendore sinfonico che era la caratteristica basilare di questa esecuzione si evidenziava molto bene in una progressione drammatica che si caricava gradualmente fino al tono quasi parossistico delle battute conclusive. Luisotti ha scelto di eseguire l’ Andante come secondo movimento, seguendo l’ idea venuta a Mahler dopo la prova generale della prima esecuzione assoluta ad Essen. Anche qui, da apprezzare la cantabilità asciutta e severa e l’ estrema pulizia della lettura, oltre all’ accuratezza nella realizzazione di tutte le complesse dinamiche del brano, da parte di un’ orchestra al massimo della forma. Nello Scherzo, Nicola Luisotti ha scelto un tono più burlesco che sarcastico, accentuando molto bene tutte le complesse soluzioni ritmiche e realizzando con cura la delicata atmosfera del Trio in fa maggiore, un grazioso intermezzo in tempo meno mosso che Mahler, quasi a voler sottolineare lo stacco, definisce in partitura Altväterisch, ossia “alla maniera antica dei patriarchi”.
Lucidissima, di grande analiticità, la lettura del grandioso Finale, condotto da Luisotti con un’ attenzione scrupolosa nella resa delle complesse strutture architettoniche di questa colossale pagina che, con le sue 828 battute e i quasi trenta minuti di durata, costituisce il brano sinfonico più monumentale e articolato di tutta la produzione mahleriana. Anche qui il maestro viareggino ha deliberatamente scelto di caricare il tono drammatico in maniera graduale, dando un forte rilievo al Corale degli ottoni che segue le battute iniziali e sottolineando al massimo le reminiscenze tematiche dei movimenti precedenti. Luisotti nella sua interpretazione, oltre a mostrare dei requisiti tecnici davvero da direttore completo e affidabile, non perdeva mai di vista il senso complessivo della forma, dosando con sapienza l’ alternarsi delle situazioni espressive e preparando in maniera minuziosa lo sviluppo della tensione che si scarica tutta nelle battute finali culminanti nello schianto disperato dell’ accordo di la minore seguito dal pizzicato degli archi, una conclusione che a me ha sempre ricordato irresistibilmente quella del secondo atto di Tosca. Nel complesso si trattava sicuramente di una lettura caratterizzata da grande professionalità e coerenza di concezione, condotta con scrupoloso rigore e magnificamente realizzata da una Staatsorchester Stuttgart, che ha suonato davvero da complesso di prim’ ordine mostrando una splendida precisione e compattezza sonora, realizzando perfettamente tutte le intenzioni interpretative richieste dalla bacchetta. Il pubblico ha tributato un grande successo al direttore italiano e all’ orchestra, pienamente meritato vista la qualità davvero elevata del concerto.
Scopri di più da mozart2006
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
