
Foto ©Holger Schneider
La vita musicale di Stuttgart si riprende un altro pezzo di normalità dopo la pandemia, con l’ apertura della Musikfest organizzata dalla Internationale Bachakademie. Seguo regolarmente da tempo questa rassegna e ho più volte scritto che si tratta di uno tra i festival più interessanti del panorama musicale tedesco, per la qualità degli artisti in cartellone e l’ intelligenza delle proposte. Con l’ inizio del mandato di Katharina Zagrosek, la nuova Intendantin della Bachakademie, la Musikfest è stata anticipata alla metà del mese di giugno e la struttura del programma è stata completamente rinnovata mantenendo comunque le carattristiche di base, che sono quelle di un festival coinvolgente tutta la città con appuntamenti in numerosi luoghi diversi. Anche in questa edizione, i 48 appuntamenti del programma coinvolgeranno diciannove diversi luoghi della città di Stuttgart e dei dintorni. Come sempre, inoltre, la rassegna è impostata su un argomento generale, che per l’ edizione di quest’ anno è rappresentato dal motto ins Paradies. Per la serata inaugurale della prima edizione completa dopo due anni di pausa, Hans-Cristoph Rademann ha portato alla Liederhalle i cantori della sua Gaechinger Cantorey con la Stuttgarter Kammerorchester, per un programma composto da due lavori entrambi dedicati al ciclo evangelico delle Sette Ultime Parole di Cristo.
Nella prima parte della serata abbiamo ascoltato il brano scritto nel 1982 su questo tema da Sofia Gubaidulina, compositrice nativa della repubblica ex sovietica del Tatarstan la cui musica ha acquisito popolarità in Occidente soprattutto grazie al celebre violinista Gidon Kremer che esegue regolarmente i suoi lavori in concerto. Sieben Worte è un pezzo per violoncello, bayan (una forma speciale di fisarmonica) e archi, scritto con uno stile che attinge fortemente dalla tradizione: la compositrice russa cita alcuni temi provenienti da una Kantate di Heinrich Schütz e descrive una serie di simboli della croce che suonano in una grande varietà di forme. La musica è un’ interpretazione astratta del testo evangelico, una meditazione musicale-teologica espressa in gesti sonori e metafore strumentali. Sofia Gubaidulina sembra concentrarsi sulla sofferenza, sul dolore e lamento: il passo delle parole “Ho sete!” dove si ascolta la citazione di Schütz e l’ accusa umana “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?” sono centrali in questo lavoro, molto di più rispetto alla speranza di salvezza attraverso la morte sacrificale. Di ottima qualità l’ esecuzione. La Stuttgarter Kammerorchester è da anni perfettamente a suo agio nel repertorio contemporaneo e sotto la guida attenta e sicura di Rademann ha suonato con una eccellente precisione e qualità timbrica. Impeccabili sono state anche le prove dei due solisti, il violoncellista Nikolaus von Bülow e il fisarmonicista Geir Draugsvoll.

Foto ©Holger Schneider
Nella seconda parte è stato eseguito l’ oratorio Die sieben letzten Worte unseres Erlösers am Kreuze, terza versione di un lavoro originariamente concepito da Haydn per sola orchestra. La prima stesura del 1786 su commissionata al compositore austriaco da don José Sáenz de Santa María per le celebrazioni del Venerdì Santo nella chiesa della Santa Cueva di Cad´íz dove si teneva una particolare cerimonia in occasione della liturgia della Passione. Nella chiesa completamente oscurata da pesanti panni scuri apposti alle finestre, il celebrante recitava in latino le sette parole (brevi frasi) che la tradizione cristiana ricorda come le ultime pronunciate da Gesù sulla croce. Dopo l’enunciazione di ogni parola il celebrante ne proponeva un commento al quale seguiva un intervento musicale in funzione meditativa. Come lo stesso Haydn scrisse in seguito, “Die Aufgabe, sieben Adagios, wovon jedes gegen zehn Minuten dauern sollte, aufeinander folgen zu lassen, ohne den Zuhörer zu ermüden, war keine von den leichtesten” (il compito di lasciar seguire uno dopo l’ altro sette Adagi, ciascuno della durata di dieci minuti, senza stancare gli ascoltatori, non era dei piú facili). Nella versione oratoriale i sette brani che compongono il ciclo, introdotti da un pezzo strumentale e seguiti da una conclusione descrivente il terremoto che secondo i Vangeli seguì alla morte di Cristo, sono preceduti da interventi del coro che declama i testi evangelici. Il testo, di autore anonimo, prende naturalmente a modello le numerose versioni musicali della Passione scritte dai compositori di scuola tedesca.
Rispetto all’ atmosfera cupa e pessimistica creata da Sofia Gubaidulina, la musica di Haydn lascia maggior spazio a un clima più sereno e volto a dipingere speranza e attesa della redenzione. La Gaechinger Cantorey ha interpretato il pezzo con una bellissima varietà di colori vocali, utilizzata da Rademann per un’ esecuzione notevolissima come profondità di penetrazione espressiva e ricchezza di dettagli. Di alto livello anche il quartetto dei solisti formato dal soprano austriaco Elisabeth Breuer, dal mezzosoprano Anke Vondung, cantante originaria di Speyer le cui esecuzioni bachiane e händeliane da me ascoltate più volte nei concerti della Bachakademie mi sono sempre apparse esemplari, dal tenore Sebastian Kohlhepp che qui a Stuttgart ha dato anche lui numerose prove della sua competenza stilistica in questo repertorio, e da Johannes Kammler, trentaquattrenne baritono nativo di Augsburg proveniente dalla Bayerische Staatsoper dove per tre anni ha fatto parte dell’ Opernstudio e poi dell’ ensemble per una stagione prima di essere assunto alla Staatsoper Stuttgart, dotato di una voce timbricamente interessante oltre che complessivamente ben educata dal punto di vista tecnico e capace di una bella sensibilità nel fraseggio. Successo caloroso, anche se il pubblico non era proprio numerosissimo.
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