
Foto ©Wilfried Hösl
La Bayerische Staatsoper ha ufficialmente dato inizio, dopo le consuete riprese di repertorio, alla stagione 2021/22, la prima affidata alla gestione artistica del nuovo Intendant, il cinquantanovenne belga Serge Dorny, proveniente dall’ Opéra National de Lyon e chiamato a raccogliere l’ eredità di Nikolaus Bachler. Scorrendo l’ elenco delle nuove produzioni, si nota la presenza di titoli eseguiti non molto frequentemente nei programmi della Staatsoper, come Příhody lišky bystroušky (La piccola volpe astuta) di Janáček, il Peter Grimes di Britten, Les Troyens di Berlioz e Die Teufel von Loudun di Penderecki. A Wladimir Jurowsky, il nuovo Generalmusikdirektor succeduto a Kirill Petrenko, è stata affidata la guida musicale del nuovo allestimento di Nos (Il naso) di Dmitri Shostakovich, spettacolo inaugurale della stagione, con la regia di Kirill Serebrennikov. La prima opera teatrale compiuta del compositore di Leningrad, scritta fra il 1927 e il 1928, è un adattamento scenico di un racconto scritto da Nikolai Gogol che descrive la situazione, tra l’ assurdo e il paradosso, di Platon Kuzmich Kovalyov, un funzionario statale il cui naso lascia il viso e sviluppa una vita propria. Come in molte altre opere letterarie di Gogol, anche questa ha il suo carattere dominante nella grande capacità di raffigurare situazioni satirico-grottesche sullo sfondo di una desolante mediocrità umana, o di quella che è stata definita pošlost’ (in russo: пошлость) con uno stile visionario e fantastico tanto da essere definito da molti critici un precursore del cosiddetto realismo magico. A questo aspetto si aggiunge un’ atmosfera di satira amara e corrosiva degli usi e costumi della borghesia dell’ epoca, che si traduce in un clima espressivo prevalentemente di tono onirico, di incubo grottesco.

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Nella sua partitura il giovane Shostakovich esalta al massimo l’ atmosfera del racconto tramite una musica dal carattere polistilistico nel mescolare atonalità, melodie popolari e spunti tratti dal jazz, in un clima drammaturgico serratissimo e implacabile nella sua spietatezza descrittiva. Un’ opera di comicità graffiante e molto amara, molto ben definita dal compositore inglese Gerard McBurney nella prefazione all’ edizione Boosey & Hawkes della partitura come una specie di versione operistica dei lavori di Charlie Chaplin o dei Monty Python. La vena comico-dissacrante è propria del primo irriverente Sostakovic, i cui modelli questa volta sono senza dubbio Prokofiev e Strawinsky, ma colore e ritmo non vogliono automaticamente dire allegria. In Nos il grottesco diventa delirio e dileggio con uno stile influenzato, oltre che da Prokofiev, sicuramente anche da Offenbach, Rossini e per certi aspetti Gershwin. Il dialogo tra le sezioni orchestrali è insisitito e ricco, così come la richiesta di forza totale dell’ intera orchestra per inebriare, stordire l’ ascoltatore, forse per nascondergli quella continua vena di dolorosa malinconia che anche qui, a squarci, appare nelle trame di un fitto tessuto ritmico e melodico.
Nella sua lettura scenica Kirill Serebrennikov prende spunto dalla vicenda immaginata da Gogol per descrivere in maniera spietata gli aspetti più assurdi e grotteschi della vita quotidiana nella Russia dei nostri tempi, specialmente dal suo punto di vista di perseguitato politico. Il cinquantunenne Serebrennikov. regista teatrale e cinematografico russo di fama internazionale e direttore artistico del Gogol Center Moskau, da tempo oggetto di pesanti pressioni da parte delle autorità governative russe per il suo atteggiamento pesantemente critico nei confronti del regime, è infatti stato arrestato nel mese di agosto del 2017 con un’ accusa, quasi certamente montata ad arte, di malversazione nell’ uso di finanziamenti statali per il suo teatro e tuttora non ha il permesso di viaggiare all’ estero, quindi ha dovuto dirigere le prove tramite streaming online e con l’ aiuto degli assistenti. Lo spettacolo era comunque tecnicamente montato in maniera perfetta e basato su una successione di scene dal grande impatto emotivo che mostravano una polizia praticamente onnipresente che alternava atti di repressione brutale a balletti grotteschi, e tutta una sfilata di umanità dalle movenze frenetiche, quasi ballettistiche, a moltiplicare l’ effetto amaramente satirico del testo. Come tutti gli spettacoli di Serebrennikov, anche questa versione scenica del capolavoro giovanile di Shostakovich colpisce per il forte impatto emotivo della narrazione e la precisione fulminante nel raffigurare i caratteri. Di grande effetto era ad esempio la scena finale, con il protagonista che dopo aver ritrovato il naso si ubriaca e poi svela tutta la sua perversione nascosta adescando una bambina che passa da quelle parti. Davvero una bella regia, efficacissima e straziante nel suo descrivere un’ umanità completamente alienata dalle circostanze di una vita quotidiana assurda e burocratizzata in tutti i suoi aspetti.

Foto @Wilfried Hösl
Dal punto di vista dell’ esecuzione musicale, Nos è una partitura di non facile realizzazione per il carattere estremamente virtuosistico della scrittura musicale e l’ esigenza di mettere insieme un cast che comprende complessivamente quasi ottanta ruoli, tutti impegnati in una vocalità che sfrutta al massimo l’ alternanza tra recitativo e continui sbalzi di registro che portano le voci in molti punti a declamare ai limiti estremi delle tessiture. Nella versione che abbiamo ascoltato, il direttore e il regista hanno deciso di spostare due scene del primo atto dopo la dodicesima e di inserire prima della fine, come sfondo sonoro all’ ubriacatura di Kovalyov, un brano dell’ Ottavo Quartetto. Wladimir Jurowski, alla sua prima produzione pubblica come Generalmusikdirektor del teatro bavarese, perfettamente servito da una Bayerische Staatsorchester in splendida forma, ha dato una lettura pressochè perfetta di una musica da lui evidentemente amata e sentita come emotivamente affine. Ritmica implacabile, ricchezza di colori orchestrali spazianti da pianissimi di stampo allucinato sino a esplosioni selvagge di sonorità e una condotta narrativa serrata e intensa erano le caratteristiche principali di una direzione davvero ideale, di quelle destinate a diventare un modello di riferimento esecutivo.
Impeccabile anche la prova della compagnia di canto, assolutamente omogenea in tutti i ruoli principali tra cui vanno citati il baritono Boris Pinkhasovich come protagonista, davvero notevole per la vocalità solida e timbrata, il soprano americano Laura Aikin, una tra le massime specialiste del repertorio moderno considerata come la miglior Lulu della nostra epoca, chiamata a ricoprire i ruoli di Praskovja Osipovna e della Madre, Sergej Leiferkus come Ivan Jakovlevich, il tenore Anton Rositskiy nella parte del Naso e il basso Gennady Bezzubenkov, una tra le voci storiche dell’ ensemble del Mariinsky Theater, come Funzionario della Redazione. Il teatro era pieno in ogni ordine di posti (dall’ inizio della stagione la Bayerische Staatsoper ha il permesso di mettere in vendita i biglietti per l’ intera capienza della sala) e il pubblico ha applaudito lungamente tutti i protagonisti dello spettacolo. Dal mio punto di vista, era una serata che valeva il viaggio fino a München sia per l’ opportunità di vedere un’ opera assai poco presente nei cartelloni dei teatri che per la qualità davvero esemplare della proposta esecutiva. Passata almeno in parte la buriana che abbiamo sopportato negli ultimi diciotto mesi, direi che ora è finalmente il tempo di riprendere le mie frequenti gite a München.
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