Forum am Schlosspark – Bach Motetten

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Foto ©Internationale Bachakademie/FB

Con due concerti a Ludwigsburg, nella splendida Ordensaal del Residenzschloss, si è conclusa anche la stagione della Internationale Bachakademie Stuttgart. In programma erano cinque dei sei Motetten di Johann Sebastian Bach, un classico nel repertorio della Gaechinger Cantorey che li ha eseguiti moltissime volte a Stuttgart e in tournée prima con Helmuth Rilling e poi con Hans-Christoph Rademann. La raccolta dei Motetten è una tra quelle che hanno maggiormente contribuito a tramandare in maniera durevole la fama di Johann Sebastian Bach nel corso dei secoli. Il Thomanerchor della Thomaskirche di Leipzig, l’ istituzione dove il musicista spese più di venticinque anni della sua vita come Kantor, li mantenne in repertorio anche dopo la scomparsa di Bach continuando a eseguirli in particolari festività. Tra i tanti compositori che spesero parole di ammirazione per questi brani, Wolfgang Amadeus Mozart fu profondamente commosso dall’ ascolto  del Motette Singet dem Herr ein neues Lied BWV 225 nel 1789 a Leipzig, tanto che dopo l’ esecuzione il musicista salisburghese domandò il permesso di vedere la partitura e procedette a copiare le parti. Questo brano potrebbe, in effetti, avere costituito la fonte di ispirazione per alcune delle grandi fughe che compaiono nelle opere dell’ ultima fase creativa di Mozart, per esempio l’ Adagio e Fuga K. 546 oppure i passaggi contrappuntistici che si trovano nel Requiem K. 626 e nel movimento finale della Sinfonia Jupiter in do maggiore K. 551.

I Motetten di Bach non costituiscono un ciclo unitario, ma furono composti in epoche diverse. Oggi conosciamo sette composizioni di questo tipo anche se gli studiosi bachiani a partire da Forkel, il primo biografo del Kantor, affermano quasi unanimemente che il compositore di Eisenach ne compose un numero maggiore e che gli altri siano andati perduti. Nelle esecuzioni concertistiche si tende ad escludere sempre il Motette BWV 118, in quanto da molti musicologi esso è considerato una Kantate. In questa esecuzione a Ludwigsburg è stato omesso anche il Motette BWV 230. La definizione di Motette appare per la prima volta intorno al XIII secolo, ma la struttura musicale delle composizioni di questo tipo è cambiata nel corso del tempo. Il Choralmotette protestante come era venuto codificandosi al tempo di Bach si basa sull’ impiego delle melodie dei Corali e sul trattamento libero nell’ intonazione dei versi provenienti dai testi sacri. Bach compose questi brani per le funzioni ecclesiastiche o per occasioni ufficiali, come feste commemorative o servizi funebri: il Motette BWV 226, per esempio, fu sicuramente composto per la sepoltura del Thomasschuldirektor Johann Heinrich Ernesti. Le occasioni per le quali i rimanenti Motetten furono composti sono ancora oggetto di disputa accademica. Nel caso del BWV 225 sono state formulate almeno sei diverse teorie, che variano dal Capodanno a un servizio funebre. il Motette BWV 228 è stato sicuramente scritto per uso commemorativo, fatto che si può presumere anche nel caso dei Motetten BWV 227 e BWV 230.

Hans-Chistoph Rademann ha scelto, per questo concerto a Ludwigsburg, l’ esecuzione con il coro a cappella sostenuto da una semplice base armonica suonata dall’ organo positivo insieme a un violone a a una tiorba. Negli intervalli fra i brani bachiani l’ organista Beate Röllecke ha eseguito alcune musiche di autori italiani dell’ epoca barocca: la Toccata settima di Michelangelo Rossi, autore genovese che in questo brano ricco di arditi passaggi cromatici dimostra evidenti affinità stilistiche con la scrittura di Gesualdo da Venosa e di Froberger, poi i Quattro versi dalle Sonate d’intavolatura per organo e cimbalo di Domenico Zipoli, gesuita e missionario in America Latina, e infine un Pass’e mezzo antico di Giovanni Picchi, compositore di scuola veneta che fu organista a Venezia prima nella Basilica dei Frari e poi alla Scuola Grande di San Rocco.

L’ esecuzione dei cinque Motetten ci ha dimostrato una volta di più che Hans-Christoph Rademann, da quando ha riorganizzato la Gaechinger Cantorey come complesso basato sui criteri storicamente informati e si trova così alla guida di un ensemble tramite il quale può realizzare pienamente le sue intuizioni musicali, mette in evidenza tutta la sua statura di interprete bachiano tra i maggiori della nostra epoca, per la profonda penetrazione interpretativa, la chiarezza della concertazione e la coerenza perfetta di un fraseggio calcolato nei minimi particolari. Quello del direttore sassone è un Bach vivo, vibrante ed espressivamente intenso senza mai perdere di vista la perfetta consapevolezza stilistica. Come sempre nelle esecuzioni bachiane del direttore sassone, eccezionale è stato il lavoro sull’ articolazione del testo. Nelle esecuzioni di Rademann alla guida della nuova Gaechinger Cantorey, uno degli aspetti più attraenti per l’ ascoltatore è proprio quello di poter capire con assoluta chiarezza tutti i minimi dettagli della parola cantata. Rademann sfrutta le possibilità offertegli dai suoi complessi per compiere un vero e proprio lavoro di cesello sulle sfumature testuali che vengono sbalzate con una chiarezza e una evidenza assolute. La commossa intensità espressiva che ne scaturisce non manca mai di lasciare una profonda impressione sul pubblico, che anche in questo caso ha seguito tutto il concerto con una concentrazione assoluta e alla fine ha applaudito a lungo Rademann e tutti gli esecutori.


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