
Foto ©Wiener Konzerthaus / Kurz Prinz
Dopo quasi duecento giorni, i Wiener Philharmoniker sono tornati a suonare in pubblico per la serata inaugurale della Internationales Musikfest, che si tiene alla Konzerthaus ed è giunta quest’ anno alla quarantesima edizione. La serata è stata trasmessa in diretta streaming dalla piattaforma tedesca takt1, una fra le tante che hanno sviluppato la loro attività in questi ultimi anni e che dalle vicende della pandemia hanno tratto un impulso determinante. Il sito, il cui accesso è a pagamento per singoli eventi o abbonamento annuale, è interessante per la varietà dei contenuti e la qualità visiva e sonora davvero eccellente della trasmissione, che ascoltata con mezzi riproduttivi adeguati consentiva di ascoltare con buona approssimazione il celebre suono dei Wiener, che in questo programma dedicato a Gustav Mahler trovavano la possibilità di mettere in mostra tutte le loro migliori caratteristiche. La Musikfest viennese ha quest’ anno come fokus la figura di Prometeo e quindi era ovvia la scelta di eseguire nel concerto inaugurale la Prima Sinfonia di Mahler, che è intitolata Titan e in questo programma era preceduta dall’ Adagio della Decima Sinfonia, mostrando quindi i due estremi dell’ evoluzione stilistica del compositore boemo. Prima di descrivere nei particolari l’ andamento della serata, devo dire che all’ inizio della trasmissione è stato decisamente gratificante poter ammirare finalmente, dopo mesi di seratine castrate in partenza dagli organici strumentali ridotti e dall’ obbligo per i musicisti di posizionarsi distanziati, un’ orchestra disposta nella maniera consueta, senza le orrende mascherine e in formazione completa per un programma finalmente dedicato al grande repertorio sinfonico quasi del tutto escluso dalla esecuzioni in questi mesi, davanti a una sala in cui erano stati ammessi un migliaio di spettatori, come si poteva calcolare ad occhio.

Immagine delle prove. Foto ©Benedikt Dinkhauser
A dirigere questo programma mahleriano i Wiener Philharmoniker, che si amministrano da soli e scelgono autonomamente le bacchette da cui farsi guidare, hanno invitato Daniel Harding, il quarantacinquenne direttore inglese nativo di Oxford che da tempo collabora regolarmente con loro ed è considerato uno tra gli interpreti mahleriani più interessanti delle ultime generazioni. Personalmente io nutro una grande stima per questo musicista formatosi come assistente prima di Simon Rattle e poi di Claudio Abbado, che considero uno tra i musicisti più seri e preparati apparsi sulla scena negli ultimi due decenni. Dotato di requisiti tecnici assolutamente eccellenti, Harding è un direttore altamente affidabile, interprete scrupoloso e ricco di buon senso, sempre capace di trarre il meglio dalle orchestre con cui lavora. Il gesto è sempre chiarissimo ed essenziale, perfettamente finalizzato ai risultati da ottenere e a un fraseggio flessibile ed elegante, caratterizzato da un gusto severo e dalla capacità di ottenere dalle orchestre sonorità sempre appropriate. Secondo quanto da lui dichiarato in una intervista andata in onda durante la pausa, eseguire Mahler con i Wiener Philharmoniker costituisce un’ esperienza assolutamente unica. Un’ affermazione che si può tranquillamente sottoscrivere pensando agli stretti rapporti di lavoro che legavano Mahler al complesso viennese e a tutto ciò che esso rappresenta nella storia della musica. Personalmente, oltre a tutte le volte che li ho ascoltati in concerto ormai da quasi quarant’ anni, posso solo ripensare a quello che mi disse in più occasioni Giuseppe Sinopoli, che intratteneva uno stretto rapporto di collaborazione con loro, riguardo alla profonda preparazione culturale su cui si basa il modo di far musica dei Wiener. Una qualità dovuta, oltre che all’ altissima preparazione tecnica, alla presenza in orchestra di numerosi membri che vantano una formazione accademica oltre che musicale e a quel senso di appartenenza a un gruppo portatore di una tradizione storica e culturale che ha svolto e svolge un ruolo decisivo nel mondo della musica classica. Tutto questo conferisce agli Unvergleichlichen, come li chiamava il grande direttore Hans Knappertsbusch, un fascino sonoro e di fraseggio che costituisce una caratteristica unica delle loro esecuzioni e che consente loro di conferire alla musica della grande tradizione viennese, da Mozart sino a Mahler, timbri e colori difficilmente raggiungibili da altre formazioni.

Foto ©Benedikt Dinkhauser
Nell’ Adagio, unico movimento completamente finito della Decima Sinfonia, l’ interpretazione di Daniel Harding era caratterizzata da un clima nostalgico che metteva in evidenza più gli aspetti tardoromantici della scrittura rispetto a quelli novecenteschi. Un’ esecuzione nella quale le tinte pastello dei magnifici archi dei Wiener e la morbidezza sonora dei fiati costituivano le basi per un’ esecuzione cesellata dal direttore inglese nei minimi dettagli con un fraseggio orchestrale fluido e stilisticamente di una idiomaticità assoluta. Anche il taglio esecutivo scelto da Harding per la Prima Sinfonia era finalizzato a evidenziare i legami del musicista boemo con il grande sinfonismo dell’ Ottocento. Un Mahler più lirico che grandioso ed epico, dall’ intensa e nobile cantabilità squarciata da esplosioni sonore grandiose, che nel secondo tempo ha raggiunto gli esiti più compiuti per la fluida eleganza dei ritmi di Ländler. Il tono misterioso e allucinato del terzo movimento introduceva un Finale in cui la lettura del direttore inglese si caratterizzava per la bellissima molteplicità dei piani sonori e il lavoro di cesello sulle dinamiche nella parte centrale oltre che per un accumularsi di tensione espressiva graduato con grande sapienza, fino alle sonorità grandiose della conclusione. I Wiener Philharmoniker hanno suonato con tutta la profonda affinità stilistica che una simile orchestra può avere con un autore che è parte integrante della sua tradizione esecutiva. Assolutamente straordinaria la prova degli ottoni, con trombe dallo squillo luminoso e corni che suonano con quella sonorità pastosa e assolutamente unica che deriva anche dal particolare tipo di strumento utilizzato, quello viennese in Fa, che in questa occasione conferiva alle fanfare della sezione finale nel quarto movimento una tinta sonora di una bellezza assolutamente indescrivibile. Grandi applausi da parte degli spettatori hanno salutato la conclusione di una serata che ci ha finalmente permesso di riprendere contatto con la grande musica, per noi almeno in forma virtuale. Ma le ultime vicende della pandemia consentono di guardare ai prossimi mesi con moderato ottimismo. Forse anche in Germania riusciremo presto ad assistere di persona a serate come questa.
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