Dodici anni dopo: Luciano Pavarotti ricordato da Cristina Barbieri

Cristina Barbieri con Luciano Pavarotti. Modena 1992

Dopo il mio post di analisi sulla vocalità di Luciano Pavarotti, voglio aggiungere una testimonianza diretta di Cristina Barbieri, soprano modenese che dopo essere stata fra i vincitori del concorso di canto fondato a Philadelphia dal grande tenore, ha svolto una carriera importante nei teatri di tutto il mondo. Siccome Cristina è mia amica personale da molti anni, le ho chiesto di raccontare quell’ esperienza e i suoi ricordi personali di Pavarotti. Ne e venuto fuori questo racconto commosso e coinvolgente che ora vi propongo, ringraziando sentitamente Cristina Barbieri di averlo condiviso con noi. Le testimonianze dirette di chi ha conosciuto i grandi sono preziose e vanno preservate a futura memoria. Con gentilezza davvero squisita, Cristina mi ha poi inviato anche alcune foto provenienti dalla sua collezione privata, per documentare ulteriormente il suo racconto.

Avevo 25 anni e in quel periodo studiavo, tra gli altri, con il tenore modenese Arrigo Pola, conosciuto ovunque come il maestro di Luciano Pavarotti. Muovevo i primi passi nel mondo della musica lirica, i primi concerti: ero diplomata da poco e un bel giorno il maestro Pola mi disse: ”Voglio che tu faccia il concorso di Luciano, le prime selezioni saranno nel nostro teatro e secondo me puoi provare”. Non avevo un agente e non avevo esperienza di audizioni per cui la preoccupazione fu da subito forte. Mi disse: “Studiamo bene quattro o cinque arie, sono certo che arriverai alla finale ma voglio che fin da ora tu ci creda più di me”. Studiai sodo da subito, non ero giovanissima e non potevo perdere un’ occasione tanto importante. Arrigo Pola dopo un po’ di tempo mi informò: ”Domani pomeriggio devi andare in teatro, sei in lista per la  prima selezione. Siete più di 400, quasi duecento soprani, ci vorranno settimane per sentirli tutti”. Ricordo di avere pensato che forse non ero ancora abbastanza  pronta ma mi feci coraggio e il giorno dopo mi presentai al Comunale, dove scoprii subito che le  audizioni erano pubbliche. Dopo qualche vocalizzo, mi dissero di prepararmi per entrare in palcoscenico, di presentarmi e annunciare le arie che avrei cantato. Ero nervosissima, al pianoforte Leone Magiera mi diede una rapida occhiata, non ci fu neppure il tempo di accordarci sui tempi, Pavarotti con voce calma e squillante mi invitò a cominciare. La prima aria che scelsi era quella di Mimì dal primo atto di Bohéme. Ricordo che il mio sguardo era fisso al palco reale illuminato dove sedeva Lui, il mito, nell’ oscurità di un teatro che mi parve come sospeso nel vuoto. Sedevano a fianco di Pavarotti altri giurati che non conoscevo ma io mi concentrai solo su lui che ascoltava con lo sguardo chino su dei fogli di carta, occhiali sul naso, camicia rosa, asciugamani bianco attorcigliato intorno al collo. Mi ascoltava sorseggiando, dicevano acqua, da un enorme bicchiere tintinnante di ghiaccio e non so cos’ altro. Volevo farcela a tutti i costi, mi feci travolgere dalla musica e alla frase “Lei mi intende?” Pavarotti canto piano “Sì”. Mi sentii confortata e proseguii con più convinzione fino alla fine. Seguì un silenzio irreale  poi mi disse: “Sei di Modena, leggo, allora sei di pasta buona, cantami la seconda aria di  Mimi”. Cantai ancora più convintamente e alla fine seguì  un nuovo silenzio. “Senti”  disse, “conosci il duetto del primo atto?” Pensai subito tra me, il duetto non era previsto quindi mi uscì un “ehm no…..” e subito dopo un ”siiiii, sì…  certo!!”  e tutti in teatro mormorarono e risero. ”Ok “ disse Pavarotti divertito, “ti aiuto io!”. Fu così che lui iniziò a cantare l’ introduzione. Non potevo credere a quello che stava accadendo, ero confusa oltre che molto emozionata e vedevo in quinta gli altri cantanti assembrarsi per sentire meglio. Arrivai alla fine, feci il do previsto e la gente in sala applaudì,  lui mi disse: ”Ok, è andata bene, a presto”. La sera stessa il maestro Pola mi telefonò entusiasta  mi disse: “Ho saputo tutto, sei contenta? Lo vedi che sei pronta?“.

Ci fu una selezione successiva a Pesaro e poi la finale italiana nuovamente al Teatro Comunale di Modena. Il concorso durava alcuni mesi, durante i quali cominciai a studiare i ruoli completi relativi alle arie che avevo scelto: si trattava di Elisir d’ amore, Faust, Carmen, Bohéme, Don Pasquale. La sera della finale in sala c’ erano i miei genitori, io non volevo sfigurare, era la prima volta per loro in teatro e mio padre da giovane aveva conosciuto Fernando Pavarotti, che era il panettiere di famiglia. Avevo rivisto Luciano Pavarotti solo una volta ma avevo assistito alle settimane di selezioni durante le quali mi appuntavo i consigli di tecnica, le correzioni, registravo tutto e poi  studiavo, sperimentando su di me le richieste e i suggerimenti che lui dava. Arrivó così la serata conclusiva, la semifinale italiana, quella che avrebbe decretato chi sarebbe andato in finale a Philadelphia. Eravamo tanti concorrenti, tanti soprani e il mio turno sembrava non arrivare mai. Cantammo tutti, la giuria si riunì e a notte fonda, finalmente Pavarotti stilò l’ elenco dei vincitori che cominciò a chiamare dal palco reale. Mi parve un elenco infinito, dietro le quinte le lacrime di felicità e di delusione si alternavano in un vortice che mi sembrò interminabile. Non capivamo l’ ordine di chiamata, non era alfabetico, non era per categorie, non era quello iniziale  e la tensione era altissima. Mi sorpresi a pensare che ormai non avevo più speranze, che sarebbe stato troppo  desiderare di essere in quella finale, che forse non era per me ancora il momento giusto, che forse avevo peccato di presunzione, poi tra gli applausi udii chiaramente il mio nome, uscii sul palcoscenico e fui travolta da un applauso caloroso. Ero fuori di me, felice e incredula, vidi mio padre piangere commosso, sarei andata negli USA! A Philadelphia arrivai  dopo qualche mese, dopo un debutto nella Nina Pazza per Amore di Paisiello e dopo avere partecipato come Tebaldo alla meravigliosa produzione del Don Carlo di Verdi, messo in scena a Venezia per il bicentenario del Teatro La Fenice. Mi ritrovai a gareggiare con nuove voci, selezionate da ogni parte del mondo. Eravamo tantissimi ma le selezioni mi parvero più semplici: ormai avevo capito cosa apprezzava Pavarotti, voleva suoni morbidi, una dizione chiara, acuti coperti e suoni proiettati in avanti. Quante volte ho sentito ripeterlo e quanti esempi aveva fatto a tutti!

Cristina Barbieri, a destra nella foto, durante la proclamazione dei vincitori del concorso, a Philadelphia

Fu così che in un’ altra nottata lunghissima, stavolta seduto su uno sgabello al centro del palcoscenico, lui cominció  a snocciolare i nomi dei vincitori e stavolta fui certa di esserci. Avevo studiato duramente, avevo ricercato e sperimentato il legato, il fraseggio, gli accenti, ero finalmente sicura di essere pronta e infatti fui tra i vincitori. Nei giorni successivi venni contattata dall’ agenzia di Adua Pavarotti e cominciai subito a lavorare con loro. Nei mesi successivi, mi informarono che Luciano voleva che tornassi a Philadelphia per debuttare il ruolo di Mimí nella Bohéme e questa fu nuovamente una grande sorpresa, fra tanti soprani vincitori aveva scelto proprio me. Tornai quindi negli Stati Uniti, questa volta ero molto carica, decisa a dimostrare che avevo studiato tanto e non ebbi grossi problemi nè dal punto di vista musicale né da quello registico. Debuttai così in quell’ enorme teatro e da allora feci tesoro dei consigli che Luciano mi diede. “Non farti tentare, canta i tuoi ruoli, vai per gradi, sii intelligente, non bruciare le tappe e non ascoltare troppo gli agenti che spesso non consigliano bene le giovani voci” e così cercai di fare.

Mimí nella Bohéme cantata con Pavarotti come vincitrice del concorso, a Philadelphia

Più volte ci siamo incrociati poi a casa sua, quando andavo in agenzia e in quei casi lo vedevo andare a cavallo, dipingere, fare audizioni. Mi  diceva sempre: “Devi lasciarti andare, sii te stessa, non cantare come farebbe una qualsiasi altra”, poi mi sorrideva e aggiungeva: “Esagera, ricordati sempre che devi mettere la tua impronta su tutto, devono pensare tutti che questa è Cristina, capito eh?” e mi ascoltava dirigendomi con la mano e sorridendo. Devo dire che con me non ha mai avuto malumori, era allegro, sorridente, non l’ ho mai visto incupirsi ma devo anche confessare di essere stata testimone di scenate impietose con certi allievi che ha strapazzato all’ inverosimile, forse nel tentativo di scrollarli, di provocare le giuste reazioni. Era un docente molto esigente, sentiva subito un suono che non andava, lo imitava, lo correggeva, era in grado di spiegare come arrivare a modificarlo ma se non si riusciva subito a realizzarlo si arrabbiava, non lo concepiva, dopotutto se lui era in grado di riprodurre per imitazione i difetti degli altri, perché un cantante non poteva all’ istante liberarsi di quegli  stessi errori? Era capace di terribili scenate ma anche di sdrammatizzare subito dopo tutto  con una battuta, un apprezzamento galante o un aneddoto le situazioni più critiche.

Era un grande divo, in più tenore e nervoso all’ inverosimile prima di una sua esibizione. Sapeva di essere il numero uno e che le aspettative degli spettatori erano per lui sempre altissime. Gli bastava però salire sul palcoscenico, allargare le braccia, sorridere al pubblico e farlo suo con quelle memorabili mezze voci, o  travolgere  tutti  coi suoi acuti squillanti, le sue frasi declamate e carezzevoli, calorose. Il pubblico lo amava, lo acclamava e  lo ascoltava con gioia, beatitudine e benevolenza, la stessa che si riserva ai grandi, vicini agli dei. Per come io l’ ho conosciuto, ho sempre avuto l’ impressione che fosse un uomo molto sicuro di se stesso, un entusiasta della vita, uno che amava osare, di una discreta coerenza ma a cui piaceva azzardare. Amava stupire, era un modenese un po’ spaccone ma che sapeva il fatto suo e la competizione era il suo pane quotidiano. Era un interprete  magnifico, un maestro della sua arte ma soprattutto un uomo del suo tempo, col quale si poteva parlare di tutto, di larghe vedute, tendenzialmente  generoso e a tratti anche un po’ ingenuo, un entusiasta dei giovani che adorava, che aiutava, che invidiava, che incitava a osare. Un uomo dal cuore grande, profondamente attaccato alla sua città, profondamente innamorato della vita, delle donne che amava senza riserve, tutte, così come amava tutta  la musica. Appassionato di arte, calcio, cavalli, motori, film e cucina, non si è fatto mancare niente e, come lui stesso diceva, essendo consapevole di essere stato tanto fortunato ha cercato di restituire a tutti  qualcosa attraverso i concorsi, la beneficenza, i concerti pop per divertirsi dopo essere stato consapevolmente il numero uno della lirica. Qualcuno a posteriori ha criticato molte sue scelte, soprattutto quelle musicali, tanti hanno  giudicato la sua vita personale, lo hanno  accusato di  molte debolezze ma per come io l’ ho conosciuto non credo che l’ aggettivo “debole” gli sia mai appartenuto, nemmeno nella malattia improvvisa e grave, nel divorzio, nel dolore per la perdita dei genitori e del figlio neonato. Nessuno che lo abbia realmente conosciuto può affermare seriamente che fosse succube o sia stato costretto ad accettare qualcosa o qualcuno contro la sua volontà. Semplicemente è stato un uomo, nel bene e nel male, perfettamente consapevole di avere avuto tanto e di avere vissuto tutto molto intensamente. La lunga malattia, la sofferenza, l’ allontanamento forse prematuro dalle scene teatrali lo hanno reso un po’ più umano: ha voluto strafare, divertirsi, dopo avere dato tutto se stesso all’ opera lirica. Il suo funerale è stato un evento mediatico come tutta la sua vita e in quella circostanta la gente, la sua cittá che pure non gli ha mai risparmiato le critiche più feroci, per la prima volta  ha voluto esserci non per voglia di apparire ma per testimoniare l’ enorme affetto che Pavarotti sapeva  indistintamente regalare a tutti. Troppa gente credo abbia snobbato le sue ultime scelte e al funerale molti furono sgomenti nel constatare l’ assenza di tanti giovani che lui aveva aiutato e anche di alcuni direttori famosi o registi importanti, ma  sappiamo bene quanto impietoso e ipocrita sia il grande mondo dell’ opera. Penso che gli addetti ai lavori, i melomani i musicisti e tutti quelli che che hanno avuto la fortuna di ascoltare la  bellezza disarmante della sua voce dovrebbero essergli riconoscenti in eterno, perché nonostante le cattiverie che alcuni hanno seminato qualche ora dopo la sua morte, i rumours che hanno da subito iniziato a circolare, Luciano Pavarotti ha regalato alla nostre vite momenti  altissimi di sublime bellezza. Questo é il Pavarotti che ho amato, che mi ha incoraggiato, sostenuto agli inizi della mia carriera e fatto sognare. Questo è quello che io ricorderò per tutta la vita e porterò sempre con me.

Modena, 7 settembre 2019

Cristina Barbieri


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