Staatsorchester Stuttgart – “Wo ist Ende?”

Foto ©Staatsorchester Stuttgart/FB

Per il secondo concerto della stagione sinfonica, la Staatsorchester Stuttgart ha invitato sul podio Vladimir Fedoseyev, ottantaseienne direttore nativo di Sankt Petersburg che dal 1974 è Chefdirigent della Tchaikowsky Symphonieorchester di Mosca, conosciuta come Grande Orchestra Sinfonica della Radio dell’ URSS fino al crollo del regime comunista. Fedoseyev si era giá esibito qui a Stuttgart con le altre orchestre della città ma non aveva ancora diretto la Staatsorchester e in questa occasione ha scelto un bel programma di musiche slave il cui tema comune era la presenza minacciosa della morte. Come sanno bene i miei lettori, io nutro una particolare predilezione per queste figure di musicisti che si sono sempre tenuti lontani dalla logica dello star-system e hanno svolto la loro carriera come semplici servitori della musica e del palcoscenico. Fedoseyev, che è stato allievo di una leggenda sovietica del podio come Leo Ginzburg e assistente del grandissimo Jewgeni Mravinski, ha avuto una carriera internazionale lavorando con quasi tutte le massime orchestre del mondo segnalandosi in particolare come interprete di autori russi e soprattutto della musica di Rimsky-Korsakov, di cui è considerato esecutore fra i più autorevoli.

In apertura di programma abbiamo ascoltato il poema sinfonico Odwieczne Pieśni op.10 di Mieczysław Karłowicz, compositore polacco nato nel 1876, allievo a Berlino di Heinrich Urban e Arthur Nikisch, che nella sua produzione evidenzia un raffinato impiego della musica popolare combinata con una base stilistica impostata secondo le regole del sinfonismo romantico tedesco. In questo brano Karłowicz, che morí a soli trentatrè anni di età travolto da una valanga durante un’ escursione sui monti Tatra, è un musicista poco noto al di fuori della Polonia e la sua musica, da quello che abbiamo ascoltato in questa occasione, meriterebbe di essere eseguita più spesso per le indubbie qualità della scrittura e della strumentazione, tramite le quali l’ artista raggiunge effetti davvero pregevoli nella descrizione dell’ atmosfera cupa e minacciosa di una giornata invernale in montagna.

Come secondo brano della prima parte, i quattro Canti e danze della morte di Mussorgsky erano una perfetta prosecuzione del clima angoscioso evocato dalla musica di Karłowicz. I veri e propri bozzetti di scena teatrale in cui il musicista russo descrive la morte con la stessa potenza drammatica che possiamo trovare in certe scene del Boris Godunov sono ulteriormente potenziati nella loro carica espressiva dall’ orchestrazione di Shostakovich, innamorato come pochi altri artisti della musica di Mussorgsky, che dedicò il suo lavoro alla grande Galina Vishnevskaja. Splendida l’ esecuzione di Adam Palka, trentacinquenne basso polacco che qui alla Staatsoper si è fatto apprezzare soprattutto come Mephistopheles nel Faust di Gounod e che ha messo in mostra tutti i pregi di uno strumento vocale davvero pregevole oltre a una concentrazione espressiva nel fraseggio da interprete maturo e consapevole. Fedoseyev, che di questa musica conosce tutti i segreti, lo ha accompagnato con tinte strumentali squisite, realizzate perfettamente da una Statsorchester in ottimo stato di forma.

Nella seconda parte, il direttore russo ha proposto al pubblico della Liederhalle la Sesta Sinfonia di Tchaikowsky, uno dei brani da lui particolarmente prediletti ed eseguiti in tutto il mondo nel corso della sua carriera. La visione interpretativa di Fedoseyev si richiama alla tradizione della grande scuola direttoriale russa. La sua Patetica non è mai esagerata nei toni ma intensa e assolutamente priva di eccessi retorici, coinvolgente al massimo nei suoi toni di asciutta e drammatica intensità, alla maniera di Mrawinski nella sua celebre interpretazione più volte documentata dal disco. Una lettura lettura di grande coerenza e personalità, soprattutto nell’ eleganza di fraseggio ottenuta nel secondo movimento e nel tono intenso e drammatico conferito dal direttore pietroburghese all’ Adagio finale, in cui la sezione archi della Staatsorchester Stuttgart ha offerto una prestazione davvero molto notevole per bellezza timbrica, compattezza di legato e precisione di cavata. Successo assai vivo per un concerto di livello davvero eccellente.


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